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«Quia nec abscondi poterat lucerna sub modio nec vox pii sanguinis retineri» |
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APPROFONDIMENTI
TRIDUO PASQUALE |
IL TRIDUO PASQUALE
La solennità annuale di Pasqua si celebra nell’estensione dei tre giorni del Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto. Il Triduo – è importante sottolinearlo – non è una preparazione alla Pasqua (come può essere, ad esempio, un triduo di preparazione alla festa patronale) ma è la solennità della Pasqua che viene celebrata nei tre giorni, i quali hanno la stessa importanza e solennità liturgica. Tale continuità viene rimarcata dall’assenza del congedo al termine delle celebrazioni maggiori del Triduo, in modo quasi da porre l’assemblea cristiana in stato di permanente convocazione liturgica a partire dalla Messa “in Cena Domini” (del Giovedì Santo) fino al termine delle celebrazione nella notte pasquale. L’identica solennità non è facilmente colta per il fatto che i primi due giorni del Triduo sono socialmente giorni feriali, un tempo invece erano festivi. Il Triduo presenta un carattere di profonda unità e insieme di evidente distinzione dei tre giorni santi. Se da un lato il Mistero pasquale di morte e risurrezione è per sua natura indissociabile, per cui il tempo pasquale rappresenta un’unica grande solennità, dall’altro, questo medesimo Mistero è stato operato dal Signore nel tempo distinto dei “tre giorni”, annunziati dalle profezie e predetto dal Signore stesso. Così dice, a riguardo, il profeta Osea: “Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo giorno ci farà rialzare” (Os 6,2). Dal Vangelo secondo Giovanni: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”(Gv 2,19). Infine dal Vangelo secondo Marco: “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel ventre della terra” (Mc 12,40).
La struttura del Triduo pasquale
La struttura del Triduo pasquale si basa sulla cronologia dei fatti della Pasqua, ossia delle medesime “ore” nelle quali il Signore compì il mistero della nostra redenzione. La coerenza con queste ore, desunte dai Vangeli, garantisce la sussistenza stessa del Triduo pasquale. La Chiesa celebra quindi i momenti liturgici più densi del Triduo pasquale in consonanza con tre grandi “ore”: - l’ora della cena pasquale, - l’ora della morte in croce, - la notte della risurrezione, “quella notte beata che sola ha meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto” (Messale romano). Questi tre momenti cronologici segnano il tempo delle tre celebrazioni maggiori che costituiscono l’ossatura del Triduo e la sua più alta manifestazione con la più larga partecipazione dei fedeli: la Messa del Giovedì santo, la celebrazione della Passione e Morte del Signore, la Veglia pasquale nella notte santa che celebra la risurrezione del Signore.
Un secondo elemento strutturale del Triduo pasquale (e della Settimana santa) è il processo di drammatizzazione di atti ed eventi della vita del Signore che rendono tipici i riti pasquali al punto da far sì che la liturgia del triduo sacro sia la più ricca ed eloquente di tutto l’anno liturgico. Esempi di drammatizzazione liturgica sono: - la processione delle palme, - la lettura della storia della passione con più ministri, - la lavanda dei piedi e la processione della reposizione Eucaristica alla sera del Giovedì santo, - l’adorazione della santa Croce del Venerdì santo, - la preparazione del cero pasquale e il rito del lucernale della Veglia. E’ questo processo di drammatizzazione che genera l’originalità dei riti pasquali rispetto alla ordinaria celebrazione dell’Eucaristia in ogni altro giorno dell’anno. Tale drammatizzazione richiede, da parte dei noi fedeli, di parteciparvi con calma, lasciando a casa volutamente l’orologio, per concedersi la possibilità del riposo dello spirito affinché la grazia del Signore risorto, visitandoci, trovi cuori riconoscenti, accoglienti e adoranti.
Un terzo elemento che caratterizza il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, è la unicità e coralità delle celebrazioni. Queste non si ripetono per comodità o a favore delle varie realtà ecclesiali, ma tutti i gruppi religiosi e laicali che vivono in una parrocchia si uniscono insieme per la comune celebrazione dei solenni riti del Triduo pasquale. La comunità parrocchiale non viene frazionata, ma piuttosto riunita per l’unica celebrazione nella quale tutti concorrono con la propria presenza attiva. Tale regola di coralità, tipica della Chiesa antica, che si è mantenuta fino ad oggi nel Triduo pasquale, dovrebbe sempre più ispirare, per quanto possibile, la celebrazione e il senso della domenica nell’attuale contesto ecclesiale.
Concludo questa breve riflessione su alcuni aspetti del Triduo pasquale, con la preghiera che il celebrante eleva a Dio all’inizio della Veglia pasquale mentre invoca la benedizione sul fuoco nuovo. Ha sempre toccato il mio cuore per la sua bellezza; la dedico alla mia comunità con l’augurio che ciascuno compia questo “passaggio” cioè questa Pasqua: non conoscere più il Signore “per sentito dire” ma per aver sperimentato nella propria vita l’ampiezza, l’altezza e la profondità del Suo amore.
“O Padre, che per mezzo del tuo Figlio ci hai comunicato la fiamma viva della tua gloria, benedici questo fuoco nuovo, fa’ che le feste pasquali accendano in noi il desiderio del cielo, e ci guidino, rinnovati nello spirito, alla festa dello splendore eterno. Per Cristo nostro Signore”.
Maria Bonetti Raffaelli
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